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1. Per un welfare promozionale
I. I limiti del nostro sistema di welfare…
L’Italia spende in percentuale di Pil 1,9 punti meno della media europea (1,6 punti meno della Gran Bretagna, 4,2 punti meno della Germania, 4,4 punti meno della Francia). Questa situazione risente del fatto che l’elevato livello del nostro debito pubblico determina una consistente spesa per interessi che sottrae risorse di bilancio a impieghi socialmente ed economicamente più produttivi. Inoltre, le conseguenze del sottodimensionamento della spesa sociale sono aggravate dalla sua composizione: mentre ai trattamenti di vecchiaia dedichiamo una quota di Pil superiore per 3,2 punti rispetto alla media europea (in parte peraltro per prestazioni di tipo assistenziale che in altri paesi ricadono sotto altre voci), dedichiamo decisamente meno risorse alle altre prestazioni di welfare, soprattutto a quelle per disoccupazione, invalidità, politiche per la famiglia e politiche contro l’esclusione sociale: su queste voci impegniamo 2,9 punti di Pil contro i 6,7 punti della media europea, cioè 3,8 punti in meno. Il sottodimensionamento di queste prestazioni riguarda tanto i servizi quanto le prestazioni in denaro: 0,6 punti di Pil le prestazioni in natura, contro 1,7 punti della media europea; 2,3 punti le prestazioni in denaro contro 5 punti della media europea (Fonte Eurostat).
Diverse conseguenze derivano da questo stato di cose.
Il sottodimensionamento dei trattamenti di disoccupazione riflette la mancanza in Italia di un sistema di ammortizzatori sociali che costituisca una rete di protezione generalizzata dal rischio di disoccupazione; è, questa, una situazione che penalizza in particolare i lavoratori delle piccole imprese e i giovani che non hanno un posto di lavoro stabile e che distorce il sistema pensionistico in una funzione impropria di supplenza (pensioni di anzianità e prepensionamenti in varie forme).
Il nostro sistema fornisce un sostegno inadeguato alle famiglie con figli, specie in termini di servizi all’infanzia, con ricadute negative sul tasso di occupazione femminile. Mancano strumenti di sostegno dei redditi presenti e prospettici (costruzione di carriere contributive adeguate dal punto di vista pensionistico) dei lavoratori precari, in ispecie giovani, rafforzando la tendenza al permanere nel nucleo familiare di origine e a ritardare l’autonomia e la costituzione di una propria famiglia. Manca nel nostro paese uno strumento di contrasto della povertà e dell’esclusione sociale analogo a quelli presenti nei principali paesi partners.
Disorganici e inefficaci risultano gli strumenti per fare fronte al problema della non autosufficienza, un problema che va acquistando un peso sempre maggiore in relazione all’evoluzione demografica e ai cambiamenti in corso nelle strutture familiari. Al riguardo, colpisce nel nostro paese non solo il sottodimensionamento delle risorse a disposizione ma anche la loro concentrazione sui soli trasferimenti monetari (pensioni di invalidità e indennità di accompagnamento), mentre restano trascurabili le risorse dedicate ai servizi.
Tutto ciò implica che sulla famiglia, e quindi in particolare sulle donne, si scarichi una pesante funzione di supplenza, testimoniata anche dal rilievo particolare che nel nostro paese hanno i trasferimenti intrafamiliari, che prendono spesso la forma di trasferimenti dagli anziani, che hanno una qualche forma di pensione, verso i giovani, che incontrano ostacoli crescenti nella stabilizzazione dei propri rapporti di lavoro: anche sotto questo profilo emerge la funzione impropria di compensazione che il sistema pensionistico svolge rispetto alla mancanza di altri più appropriati istituti di welfare.
II. …aggravati dalle politiche del centrodestra Nella passata legislatura e pur in un contesto di pressanti esigenze di risanamento della finanza pubblica, il governo di centrosinistra aveva avviato importanti misure di riforma che puntavano a riequilibrare il sistema di welfare, a estenderlo e a renderlo più efficace: dalle misure volte a rafforzare la riforma pensionistica del ’95, alla legge quadro di riforma dell’assistenza e alle misure di sostengo alle famiglie (detrazioni Irpef e assegni familiari), dall’introduzione dei congedi per motivi familiari e formativi alla sperimentazione del reddito minimo di inserimento (che introduceva nel nostro paese un primo strumento di contrasto della povertà), dalla riforma sanitaria del 1999 al varo del federalismo fiscale.
In questa legislatura il governo di centrodestra ha interrotto questo processo sospendendo molte delle riforme avviate e imboccando una strada che va in direzione opposta: la riforma Irpef che spreca risorse concentrando gli sgravi sui redditi alti, l’aumento delle imposte indirette che gravano soprattutto sui cittadini meno abbienti, la riforma del mercato del lavoro che riduce le tutele, accentua la precarizzazione e mette in soffitta la riforma degli ammortizzatori sociali, la chiusura della sperimentazione del reddito minimo di inserimento, la stretta sugli enti locali e quindi sui servizi, l’intervento sul sistema pensionistico che, per conseguire qualche risparmio di spesa a breve termine, ne peggiora l’equità e la sostenibilità di lungo periodo, sono tutte misure che vanno in direzione opposta a quella di cui ci sarebbe bisogno.
La direzione imboccata dal centrodestra è quella di un welfare di tipo residuale: un minor prelievo sui redditi elevati cui corrisponde una riduzione di prestazioni sociali per la gran parte dei cittadini.
Una strategia di welfare residuale è in realtà ispirata a una visione sostanzialmente pessimistica circa le sorti future delle economie di mercato avanzate: le loro possibilità di sviluppo passerebbero inevitabilmente per la contrazione del sistema di sicurezza sociale e del ruolo dell’azione pubblica nel garantire coesione e qualità del vivere civile. E’ ora di cominciare a ragionare invece in positivo, contrapponendo a questo pessimismo distruttivo un razionale e costruttivo ottimismo, consapevoli che una società avanzata richiede più servizi e più coesione sociale.
III. La linea di riforma del centrosinistra
Le proposte di riforma delle politiche del lavoro e dei servizi di welfare che presentiamo nelle schede che seguono si ispirano a un modello nuovo di Stato sociale, coerente con la visione del welfare dello sviluppo umano. Tale approccio, che ha come riferimenti culturali A. Sen e M. Nussbaum, pone l’accento sulle opportunità di progettazione di una vita decorosa, in un’ottica in cui aspetti qualitativi e relazionali assumono un’importanza preminente. Questa prospettiva, che deve essere offerta a tutti i cittadini, impone al sistema di welfare il compito della costruzione di un insieme di istituti che abbiano la funzione di tutelare il cittadino dai principali rischi sociali, garantendo non solo supporto alle fasce più deboli ma anche una migliore qualità della vita ai ceti medi. Si tratta di creare le condizioni affinché ognuno possa progettare la propria vita ed esprimere al meglio le proprie capacità: in sintesi, superare un welfare prevalentemente di tipo risarcitorio e realizzare un sistema di welfare promozionale.
Occorre ridare sicurezza e futuro ai cittadini e, in particolare, alle donne e alle giovani generazioni, assumendo come metro di misura la buona e piena occupazione, il lavoro a tempo indeterminato e la qualità della condizione lavorativa, la costruzione di una rete di servizi adeguata alle esigenze di una società avanzata.
Due i punti di riferimento generali per una simile strategia di riforma, che sviluppiamo nelle schede che seguono: la costruzione di un modello di welfare non categoriale, attraverso un insieme di strumenti che configuri un assetto universalistico del sistema, in cui cioè i cittadini abbiano diritto a ricevere prestazioni non in funzione dell’appartenenza a specifiche categorie ma in funzione delle condizioni di bisogno e siano chiamati a contribuire al finanziamento in relazione alla loro capacità contributiva; la costruzione di forme di organizzazione dei servizi orientate al risultato, che quindi pongano il cittadino, con le sue esigenze ma anche con le sue capacità, al centro del sistema.
E' tempo, infine, che anche in Italia la politica riesca a trovare una soluzione avanzata alla questione dei diritti delle coppie di fatto eterosessuali e omosessuali, che in questo paese sono oltre due milioni e vivono senza la copertura di alcun diritto. Una soluzione che offra più opportunità ed equità per tutti, a partire dal diritto di vivere, in libertà e nel rispetto della comunità, le proprie convinzioni culturali e religiose e il proprio orientamento sessuale. Proponiamo quindi di adottare una legge che riconosca diritti e tutele per le coppie di fatto, con l'obiettivo di aggiungere diritti e solidarietà. Una legge per i PACS che, nel pieno rispetto dell'articolo 29 della Costituzione sulla famiglia, consenta di dare regolazione ai rapporti interpersonali e patrimoniali tra persone liberamente conviventi e di riconoscere identità giuridica, diritti fiscali, sanitari, di lavoro e previdenziali a tutte le coppie che hanno scelto di stare insieme. |
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