| |
7. Innovazione nell'università e con l'università
Nuove politiche del sapere e nuove missioni dell’Università pubblica L’Italia soffre di una carenza di sapere: abbiamo pochi laureati e ricercatori, non abbiamo un sistema sviluppato di formazione continua, investiamo poco in ricerca e innovazione. Servono quindi nuove politiche organiche e strategiche, in particolare sull’Università. La formazione superiore e la ricerca libera costituiscono beni pubblici fondamentali, le università svolgono un servizio pubblico nell’interesse del Paese e delle comunità locali. E’ compito primario dello Stato sostenerle e, insieme, favorire ogni forma di integrazione con le istituzioni dei territori. L’Università deve essere insieme di qualità e di massa, integrando la sua missione storica di formazione delle élites con quella di rispondere alla domanda sempre più estesa di formazione e di ricerca. Deve ribadire il principio che la qualità dell’apprendimento è garantita dalla ricerca ma lo deve arricchire con una dimensione sociale della qualità in quanto l’Università è chiamata a gestire il bene primario della conoscenza per conto di tutti i cittadini. Inoltre l’Università deve essere capace di attrarre sempre più studenti e docenti stranieri nei settori umanistici e scientifici in cui gode di maggior prestigio.
Un programma di innovazione per l’Università e per l’Italia La legislatura volge al termine senza che sia stato realmente risolto alcun problema dell’università. Tutto ciò ha creato un diffuso disagio e un’ampia mobilitazione nel mondo universitario. Non basta dire no al malgoverno degli ultimi anni, non basterà abrogare leggi malfatte. Occorrerà sostituirle con un nuovo quadro normativo, insieme più leggero e più intelligente. Il punto centrale della nostra proposta è che l’Università italiana ha bisogno di innovazione, tanto quanto il Paese. Quanto più l’Università sarà capace di innovarsi nei suoi modi e obbiettivi di funzionamento, tanto più essa accompagnerà e sosterrà l’innovazione per lo sviluppo dell’Italia. Gli squilibri economici, sociali e culturali tra Centro-Nord e Sud si riflettono anche nel sistema universitario. La sfida è di puntare alla ricerca di qualità come base per una nuova crescita del nostro Mezzogiorno, potendo contare sulla disponibilità di persone giovani, intelligenti e motivate che possiedono una formazione universitaria di alto livello.
Quattro sì: ai giovani, al merito, alla valutazione, alla ricerca libera Per una nuova politica pubblica per le università che ne potenzi l’autonomia, ne responsabilizzi le scelte e le spinga ad un’innovazione continua sono necessari quattro scelte di campo:
- sì ai giovani, perché non ci possiamo permettere di deludere o disperdere i giovani di talento;
- sì al merito, perché solo una politica attenta di premio del merito stimola la qualità del sistema e contribuisce all’equità sociale;
- sì alla valutazione, perché persone e istituzioni del mondo universitario devono rispondere a severi standard pubblici di qualità del loro lavoro, anche per aumentare la fiducia dei cittadini nel sistema universitario;
- sì alla ricerca libera, cioè mossa dalla curiosità del ricercatore, perché è il simbolo stesso dell’università e una fonte inesauribile di vero nuovo sapere.
Un patto sociale per reperire nuove risorse Una profonda riforma dell’Università deve accompagnarsi ad un nuovo patto sociale con la società che permetta di reperire e destinare continuativamente al sistema universitario risorse decisamente più cospicue delle attuali. Certamente dovrà essere rivista la politica recente che ha disperso grossi finanziamenti in iniziative velleitarie ma servono anche nuove e crescenti risorse finanziarie. L’impegno a reperirle dovrà costituire una priorità generale del programma di governo del centrosinistra.
Migliorare e consolidare la didattica, affievolire il valore legale dei titoli La nuova architettura didattica sta dando i primi frutti positivi. Serve un accurato bilancio dei risultati, soprattutto dal punto di vista della qualità media della formazione ai vari livelli, da cui trarre lo spunto per meditate modifiche della normativa, da consolidare in legge aumentando ancora gli spazi di autonomia didattica degli atenei ma garantendo i diritti degli studenti (in particolare la mobilità).
Il valore legale dei titoli di studio non sarà cancellato ma ne saranno eliminati gli aspetti perversi. Innanzitutto rimarrà l’autorizzazione statale all’istituzione di università che rilasciano titoli di studio “aventi valore legale”: la garanzia degli studenti non può infatti essere affidata solo a meccanismi di mercato. Inoltre è ragionevole che l’ammissione ad alcuni concorsi pubblici preveda il possesso di un titolo universitario: garantisce un minimo di pre-selezione dei candidati, purché la scelta dei vincitori si basi poi solo su un’accurata valutazione diretta delle loro qualità personali. Vanno invece eliminati gli aspetti perversi, che dipendono più da prassi che da norme. Ad esempio l’uso del voto di laurea come fattore selettivo perché si basa su una inesistente (e mai esistita) uniformità di qualità delle università. Oppure quello di richiedere una laurea molto specifica per l’accesso alla selezione, con l’effetto di limitarlo a pochi candidati in possesso del titolo “fortunato”.
Sostenere la ricerca libera Per fare una buona università occorre assolutamente dare impulso all’attività di ricerca. In tutti i campi, nessuno escluso, perché l’avanzamento della conoscenza si nutre del contributo di tutte le discipline. Un'attenzione tutta particolare deve essere riservata alla ricerca universitaria libera, nel senso di quella proposta autonomamente e guidata dalla curiosità, sia nelle discipline di base umanistiche e scientifiche che in quelle tecnologiche e applicate, aumentandone decisamente i finanziamenti e caratterizzandone meglio regole e competitività.
L'università deve certamente rispondere anche alla domanda di ricerca che viene dal mondo esterno e dalle imprese in particolare, finalizzata all'innovazione e alla produzione. Oltre ai provvedimenti di incentivo fiscale che stimolino gli investimenti delle imprese in ricerca, occorre puntare sui laboratori comuni tra università e imprese o distretti di imprese.
La ricerca pubblica è unica. Occorre integrare sempre più università ed enti pubblici di ricerca perché rispondano alla domanda di ricerca della società ma anche le offrano il contributo strategico fondamentale della ricerca libera.
Piano straordinario di assunzioni di giovani professori Abbiamo assoluto bisogno di professori universitari giovani che insegnino e facciano ricerca con grande libertà invece che penare in posizioni incerte e subalterne che finiscono anche col limitare l’originalità di pensiero e l’indipendenza di azione. Un impegno programmatico primario è quello di approvare all’inizio della legislatura un piano straordinario di assunzioni basate sul merito.
Sarebbe conveniente assumere questi giovani professori entro il quadro di un nuovo e innovativo stato giuridico, da riservare ai neo-assunti in modo da non contaminarlo con l'inestricabile rete di diritti acquisiti del personale già in servizio. Nell'attuale stato giuridico l’unica modifica davvero urgente da fare è quella di trasformare i ricercatori in terza fascia docente, chiarendo i punti controversi del loro stato giuridico e i dettagli tecnici della trasformazione.
Un nuovo stato giuridico per la professione di docente universitario
Il professore universitario costituisce una ben definita figura professionale caratterizzata dalla capacità di compiere autonome ricerche originali e di guidare l’alta formazione nella propria disciplina. Ha il diritto-dovere sia di insegnare che di far ricerca, godendo di piena libertà accademica entro un quadro di coordinamento dei compiti e dei programmi affidato agli organi di autogoverno.
I singoli professori posseggono talenti differenti e raggiungono risultati differenti nelle loro attività, maturando nel tempo differenti livelli di maturità e di autorevolezza scientifiche e didattiche. Si deve introdurre una vera "carriera" per i professori, in cui si venga reclutati con un concorso pubblico serio e competitivo e che si percorra poi per merito, passo dopo passo, vincolando le promozioni a frequenti e stringenti valutazioni della qualità e quantità delle attività svolte. Una carriera articolata su più livelli successivi corrispondenti a talenti e meriti personali differenti e associati a maggiori responsabilità accademiche.
Il percorso di carriera non avrà alcuna cadenza temporale predefinita, perché nel campo della ricerca le persone giovani molto dotate devono poter raggiungere rapidamente le posizioni di vertice. A parte la rivalutazione annuale in base all’incremento del costo della vita, gli avanzamenti economici dipenderanno esclusivamente dagli avanzamenti di carriera e quindi dal superamento delle valutazioni periodiche.
All'interno della carriera unitaria, uno status economico e giuridico particolare dovrebbe essere riservato a quei professori (gli “ordinari”) che avranno raggiunto risultati di importanza e notorietà internazionale per riconoscimento della comunità disciplinare interessata e che sono in grado quindi, non solo di far la propria ricerca ad altissimo livello, ma anche di indirizzare e guidare la ricerca altrui, soprattutto dei più giovani.
Il reclutamento dovrebbe contemperare le esigenze della comunità disciplinare che coopta al suo interno il nuovo professore con quelle dell'università che lo assumerà e del dipartimento che lo accoglierà. Tutte esigenze legittime, che richiedono una normativa moderna e flessibile, attenta tanto alle procedure selettive a priori quanto ad un sistema a posteriori di incentivi efficaci della qualità del lavoro di ricerca e di insegnamento. In prospettiva, quando fosse andato bene a regime il sistema nazionale di valutazione e quindi gli effetti di incentivo/disincentivo rispetto alle scelte di assunzione dei professori, le regole selettive rientreranno nella sfera di autonomia del singolo ateneo. Ma, nella fase transitoria, è conveniente mantenere una loro definizione legislativa.
Ad esempio si potrebbe prevedere che ciascun settore scientifico-disciplinare elegga ogni due anni una lista di “commissari nazionali” e che la commissione di ciascun concorso locale sia formata semplicemente sorteggiando cinque persone tra i commissari nazionali, con esclusione dei docenti dell’ateneo interessato. Inoltre la commissione dovrebbe essere obbligata a raccogliere sui candidati giudizi anonimi, anche comparativi, di revisori stranieri ed a tenerne conto nello stabilire chi indicare come il candidato più meritevole. Spetterà poi ai regolamenti dell’ateneo stabilire le procedure di chiamata (o di non chiamata) con opportune regole di responsabilizzazione.
Per quanto riguarda i doveri e i diritti, il professore universitario che garantisce una esclusività di impegno per la sua università sarà la figura centrale. I professori a tempo parziale, con parità di diritti (salvo l’elettorato passivo alle cariche accademiche) ma non di tempo dedicato e quindi di stipendio, garantiscono all’università l’apporto scientifico continuo e regolare di persone che svolgono anche una libera professione o comunque un’altra professione non esclusiva.
La legge darà solo linee generali per quanto riguarda i doveri didattici e l’impegno orario di presenza chiesto ai professori universitari. I dettagli saranno lasciati ai regolamenti di ateneo e dovranno comunque prevedere la massima flessibilità tra le due funzioni fondamentali della didattica e ricerca. Come in altre professioni si dovrebbe introdurre un codice etico dei docenti universitari.
Puntare sul dottorato di ricerca Occorre rendere gradualmente obbligatorio il possesso del dottorato di ricerca per l'accesso alla carriera universitaria. Un dottore di ricerca trentenne che si è cimentato con successo nella ricerca autonoma è da ritenersi persona matura per concorrere ad entrare nel grado iniziale della carriera di professore universitario. Eventualmente si potrebbe prevedere una sorta di abilitazione nazionale alla docenza universitaria, a numero aperto e su domanda del singolo candidato.
Ogni legificazione di ulteriori periodi di formazione del docente universitario tra dottorato di ricerca e ingresso in carriera allunga i tempi e consolida situazioni di prolungata dipendenza gerarchica. Semmai potrebbe essere meglio prevedere forme aggiuntive di reclutamento simili alla tenure-track statunitense.
Passare dal diritto allo studio ai diritti di cittadinanza Una società che non investe sui suoi giovani è destinata a deperire. Le università e il Paese hanno una responsabilità enorme per garantire che gli anni trascorsi negli studi universitari formino al meglio professionisti e cittadini. Le università devono essere insieme palestre e pilastri del sapere e della democrazia.
Serve una nuova cittadinanza studentesca che inglobi e potenzi il diritto costituzionale degli studenti capaci e meritevoli di arrivare ai più alti gradi degli studi, anche se provenienti da famiglie non abbienti, ma che non si fermi qui. Gli studenti sono il soggetto debole dell’autonomia e occorre tutelarne i diritti.
Il primo obbiettivo è garantire le prestazioni di diritto allo studio (borse, alloggi, etc.) a tutti gli studenti che sono idonei, per reddito e merito, a fruirne. Raggiunto questo obbiettivo si potrà rimuovere progressivamente il vincolo budgetario sull’entità complessiva delle tasse e contributi universitari stabiliti da ciascuna università, ampliando gli spazi per le politiche di ateneo sui servizi agli studenti e sul contributo economico loro richiesto.
Servono anche nuovi rapporti istituzionali tra città e università su questi temi. Le città non possono vivere le comunità studentesche universitarie come enclaves senza legami. Si mettano università e città in grado di competere positivamente per attrarre gli studenti, pur senza dimenticare che non si deve rischiare di privare intere regioni dei giovani più ricchi di talento e di coraggio innovativo, ma anzi sostenere la crescita dei territori svantaggiati proprio investendo nei loro giovani con formazione e ricerca.
Un altro aspetto cruciale è l'attenzione agli studenti più bravi. Oltre che investire gradualmente sull'ampliamento del sistema delle attuali scuole universitarie d’eccellenza, sarebbe conveniente stimolare in tutte le università, ognuna nei suoi campi di maggior prestigio e sviluppo, la messa a punto di iniziative destinate ad individuare e sostenere gli studenti che ottengono i migliori risultati.
Ripartire dall’autonomia rimuovendo la burocrazia Sia il sistema universitario nel suo complesso che le singole università sono caratterizzate da antiquate forme di governo che non hanno permesso di coniugare democrazia collegiale ed efficienza innovativa. Occorre ripartire dall’autonomia, cioè dalla capacità di darsi le proprie regole, in una possibile molteplicità di approcci e di soluzioni che non può che far bene all’intero sistema introducendo una positiva competizione tra diversi modelli istituzionali e organizzativi.
Serve una legge quadro sull’autonomia che rimuova tutte le norme che si sono stratificate sulle università in decenni di legislazione disorganica e che fissi nuovi e semplici principi, riducendo drasticamente la burocrazia e delegando alle singole università tutte le competenze che vi possono essere svolte più efficacemente. Serve potenziare l’autonomia delle università e contemporaneamente stimolarle all’innovazione.
Un nuovo governo degli atenei Non vi può essere vera autonomia se non assegnando responsabilità chiare senza opache condivisioni di poteri e operando una continua valutazione esterna dei risultati. Devono quindi accuratamente essere separati i compiti e le responsabilità di governo e di amministrazione di ciascun ateneo da quelli regolamentari, di garanzia e di controllo, superando l’attuale confusione di poteri tra il consiglio di amministrazione, il senato accademico e il rettore.
Una possibile riorganizzazione del governo di un ateneo potrebbe prevedere un rettore eletto da tutte le componenti universitarie che sia responsabile diretto delle strategie e della gestione dell’ateneo insieme ad un Consiglio di ateneo non elettivo nominato dal rettore. Il Consiglio avrà i tipici compiti esecutivi e responsabilità di ogni vero consiglio di amministrazione secondo i modelli della moderna cultura organizzativa, temperati dalle caratteristiche di democrazia e condivisione delle scelte tipiche delle istituzioni che gestiscono beni e interessi pubblici.
Il senato accademico, eletto in rappresentanza diretta di docenti, studenti e personale tecnico-amministrativo, sarà l’organo di garanzia dell’autonomia, delle libertà accademiche e dei diritti degli studenti. Gli spetterà quindi l’espressione democratica delle posizioni e scelte culturali dell’università, la responsabilità di ogni atto regolamentare, la valutazione e il controllo delle strategie e della gestione. Giocherà da contrappeso ai poteri monocratici del rettore il potere del Senato accademico di esprimere il gradimento al rettore e al consiglio di ateneo al momento iniziale della loro attività e quello di revocarlo (in casi e condizioni ben circoscritti dalla legge).
Sarebbe poi opportuno delegificare completamente la strutturazione interna di un’università. Ciascuna sceglierà come organizzarsi: l’esistenza e i mutui rapporti di facoltà, dipartimenti, corsi di studio, centri di ricerca e di servizi saranno interamente affidati agli statuti e ai regolamenti autonomi.
Un nuovo governo del sistema universitario tra Ministero, Regioni e Authority per la valutazione Per quanto riguarda la politica nazionale dell’Università occorre passare da una tradizione di interventi minuti e pervasivi all’innovazione di un vero governo strategico “a distanza” entro una rete chiara di poteri e responsabilità. Al Parlamento spetterà definire le regole generali del sistema, al Ministero definire gli obbiettivi strategici, ripartire i finanziamenti statali e monitorare il raggiungimento degli obbiettivi. Dovrà essere ridisegnata tutta la materia dei poteri sanzionatori nazionali nel caso di violazioni delle regole e di palesi malfunzionamenti degli atenei anche prendendo esempio dalle procedure comunitarie di infrazione fino al commissariamento nei casi più difficili.
Vanno ripensate le regole di istituzione di nuove università e stabiliti per legge i requisiti minimi qualitativi e quantitativi di risorse umane, logistiche, finanziarie, unitamente al ruolo e agli impegni delle regioni interessate di modo che l’espansione universitaria generi qualità aggiuntiva dell’offerta e non semplice risposta a localismi.
Le università sono attori sociali principali e punti di forza economico-sociali del loro territorio. Va superato l’attuale inefficace modello dei comitati regionali di coordinamento per passare invece a vere e proprie politiche locali, sorrette da finanziamenti integrativi regionali per l’offerta didattica e per la ricerca e il trasferimento tecnologico, senza naturalmente intaccare la natura nazionale e internazionale del sistema universitario ma responsabilizzandolo e sostenendolo rispetto agli obbiettivi regionali.
Spetterà ad un’Authority per la garanzia della qualità delle attività universitarie il compito di coordinare, guidare e rendere pubbliche le attività e i risultati della valutazione della qualità delle attività universitarie. L’agenzia dovrà garantire totale terzietà rispetto al Ministero e dagli atenei. La valutazione ha come obbiettivi fondamentali il continuo miglioramento degli atenei e la trasparenza della valutazione qualitativa e quantitativa delle loro attività didattiche e di ricerca, anche allo scopo di orientare le scelte degli studenti e la domanda di ricerca.
Ripensare le regole di finanziamento La ripartizione tra gli atenei dei finanziamenti statali assegnati al sistema universitario deve rispondere a due esigenze. Una è quella di commisurarle ai dati strutturali dell’università, l’altra è quella di agire da incentivi/disincentivi rispetto ai risultati ottenuti. Forzando sulla prima si può rischiare di sclerotizzare il sistema e di favorire una concorrenza al ribasso. Forzando sulla seconda, si rischia di edulcorare i criteri valutativi a causa della naturale vischiosità dei sistemi pubblici (non si possono cacciare via all’improvviso né gli studenti né i professori).
Quindi alcune quote del finanziamento statale saranno ripartite in base ai dati strutturali delle università, altre avranno invece un significato incentivante della qualità e saranno ripartite su base competitiva, altre ancora rappresenteranno cofinanziamenti statali a finanziamenti regionali, locali e propri per programmi di investimento per lo sviluppo. Tra questi una grande attenzione dovrà essere dedicata al finanziamento delle infrastrutture universitarie, uno dei veri punti deboli del sistema attuale.
Conferenza dei Rettori, Assemblea Nazionale della Scienza, Consiglio Nazionale degli Studenti Le università avranno organi nazionali di rappresentanza ma occorrerà evitare che questi divengano surrettiziamente organi di governo consociativo del sistema. Si tratta essenzialmente di un sistema di atenei e quindi la Conferenza dei Rettori è il luogo naturale dove gli interessi degli atenei autonomi vengono rappresentati rispetto al Governo, al Ministero, all’opinione pubblica.
Oltre che al proprio ateneo ogni docente universitario sente però fortemente l’appartenenza alla propria area disciplinare. Piuttosto che affidare la rappresentanza disciplinare al Consiglio Universitario Nazionale, sia pur adeguatamente riformato per evitare la frammentazione disciplinare e la rappresentazione categoriali, si potrebbe sperimentare un certo numero di comitati disciplinari nazionali che abbiano funzioni di consulenza e proposta su tutte le materie dell’organizzazione dei saperi nell’area disciplinare interessata. In un tale quadro si potrebbe sperimentare la presenza in questi comitati disciplinari nazionali anche di rappresentanti dei ricercatori che lavorano presso gli enti pubblici di ricerca, con l’obbiettivo di ricomporre tutto il comparto della ricerca pubblica dal punto di vista delle politiche nazionali della formazione e della ricerca. L’unione di questi comitati disciplinari potrebbe poi costituire l’Assemblea Nazionale della Scienza, sede della rappresentanza della ricerca pubblica italiana a tutela della libertà e dell’autonomia del sapere.
Il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari permarrà come luogo di elaborazione e confronto delle proposte riguardanti le materie della condizione studentesca nelle università e come luogo di garanzia nazionale dei diritti degli studenti. |
|
| |
versione per la stampa |
|
|
 |