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18 Gennaio 2006
Amarkord. Un'estate all'inferno
Intervista a Giuseppe Ricci di Lorenza Fumelli
In ogni epoca i divertimenti più “bassi” sono sempre serviti al potere per schiavizzare le masse rendendole incoscienti... e Riccardo è solo uno schiavo moderno...
Nel 2005 La Fratelli Frilli Editori pubblica un libro dal titolo “Amarkord - Un’estate all’inferno” di Giuseppe Ricci, suo primo romanzo nonché seconda opera di una trilogia anti-tv.
E’ il ritratto di Riccardo, personaggio simbolo di una generazione dominata dalla televisione, vittima dei modelli imposti, figlia di una dittatura culturale il cui scopo è quello di annullare la mente ed impedire il pensiero autonomo.
Droga, sesso, stupidità, in un contesto di degrado mentale preoccupante e a tratti esasperato (c’è da augurarsi). Lo stile è minimale, diretto. Si ha l’impressione di leggere un diario personale scritto sotto forma di sms. Emergono i pensieri più intimi, le considerazioni non dette, e già da metà libro questo Riccardo ci sembra di conoscerlo, o riconoscerlo in qualcuno di cui possiamo prevedere azioni e reazioni.
Questo perché non agisce per volontà propria. Sono le mode, le marche i modelli e non ultimi i paradigmi proposti dalla nostra società (la parte infetta) a muovere i fili di una generazione allo sbando culturale e morale di cui Riccardo è metafora.
E’ molto arrabbiato Giuseppe Ricci. Sembra odiare i suoi personaggi, e sembra spinto dall’urgenza di denunciare, estremizzandola, la perdita dei valori e lo smarrimento della coscienza in cui sembrerebbe barcollare vasta parte delle giovane risorse umane del nostro paese.
Ed è proprio per questo che lascio a lui la possibilità di approfondire alcuni aspetti di Amarkord.
Prima di Amarkord hai scritto un saggio dal titolo: La teledittatura - Il berlusconismo: neo-civilizzazione sociale e consenso politico. Benché unite da una critica violenta alla società attuale, rimangono pur sempre due esperienze di scrittura distinte. «La distinzione c’è ma è solo formale, credo che stilisticamente Amarkord sia nato come un gioco. Volevo provare a raccontare una storia che scuotesse qualcuno e non essendo assolutamente un tecnico della scrittura mi sono lasciato guidare dall’istinto, credo infatti che assomigli più ad una sceneggiatura. I due tipi di scrittura richiedono due diverse tipologie di creatività, per assurdo ho badato più al contenuto di Amarkord, perché i concetti che volevo esprimere andavano sviscerati tra le righe e con l’uso di simbologie, mentre la teledittatura era un’idea grande di fondo che andava solo spiegata riportando prove, dimostrazioni e riferimenti delle scienze sociali, prima tra tutte quella relativa alle scienze della comunicazione mediatica. Inoltre per me Amarkord è uno spaccato sia generazionale che (da non dimenticare) territoriale: la 'Riminesità' intesa come zona geografica dalla doppia natura, quella invernale e quella estiva. Nel divertimentificio romagnolo, in estate, con apice ferragostiano, molti italiani (giovani e meno) lasciano qui la loro cultura della vacanza, i loro trend e le loro abitudini, in un (o nell’unico) periodo di libertà dal lavoro. La zona riminese le assimila culturalmente e le elabora, quindi non elabora le caratterizzazioni “migliori”».
Cos’è scrivere per Giuseppe Ricci: un’esigenza artistica o un veicolo per le proprie idee? «Le due cose insieme. Esiste una pulsione creativa irrefrenabile data da quel senso di appartenenza alle generazioni in un certo qual modo “fottute” dal sistema. Poi esiste la ricerca dei colpevoli di questo sistema di cose e, una volta individuati, lo scrivere mi serve da veicolo per dire a tutti “per me questa cosa viene da quest’altra ecc. ecc.”. D’altronde Amarkord ha un’origine intellettuale strettamente politico-sociologica, poi se ci si diverte anche a leggere le peripezie del protagonista, ben venga... Ma a mio modo di vedere è solo il sequel de La Teledittautura... Caspita... Sono anni che intendo le trasmissioni della De Filippi come comunicati ufficiali del Ministero della Cultura».
Quali scrittori hanno significato qualcosa per te? «Le mie letture appartengono quasi totalmente alla categoria Saggistica, ed avendo una formazione accademica sociologica, prediligo gli autori non considerati tali. Primo tra tutti Pasolini, incontrato casualmente in tenera età (16-19 anni) il quale credo abbia disintegrato ogni altro apprezzamento relativo ad altri che ovviamente mi sono sempre apparsi minori. Sempre per la sociologia non-sociologia hanno significato Tondelli e Roland Barthes. Mi piacciono anche Galimberti e Augè. Tra i contemporanei credo sia sottovalutato Tommaso Labranca. Rimango invece perplesso nei confronti dei cosiddetti “Cannibali degli anni 90”, tranne forse il primo Aldo Nove (non poeta). Qualcun’altro che credo possa aver significato qualcosa, sempre perché ci vedo dei significati oltre la pura narrativa, è Ellis (Bret Easton Ellis) Altrimenti per la narrativa prediligo: Pavese, Sartre, Musil, Celine, Miller, Mishima. E dimenticavo: ce ne fossero... di Albert Caraco! Inoltre, per scrittori intendo anche gli autori delle liriche per canzoni, ed allora chi significa qualcosa (e forse le cose contemporanee più importanti) per me sono: Giovanni Lindo Ferretti (fase CSI e PGR), Emidio Clementi nei testi dei Massimo Volume, e tanti autori Death Metal faticosamente tradotti dai libricini dei CD».
Molti autori, specialmente nei primi lavori, usano parte della propria vita e della propria esperienza sotto forma di contributo autobiografico, esplicito o meno. Posso chiederti cosa c’è dello scrittore in Amarkord? «Tutto quello che non nuoce veramente troppo alla salute fisica e mentale. Mentre invece dell’intorno dello scrittore c’è praticamente tutto e con pochissime esagerazioni».
La colonna sonora ha una forte rilevanza nel tuo romanzo, e credo di poter dire che non è esattamente il genere musicale che personaggi come Riccardo, realmente, ascolterebbero. Giuseppe Ricci si è concesso un po’ di respiro? «Il discorso è molto più ampio di quanto si possa credere. E’ vero, mi sono dato un po’ di respiro, ma anche qui c’è una presa di posizione nei confronti dell’industria discografica sotto l’egida di MTV che brucia tutto in egual misura. E non è detto che Riccardo, anche se inteso come “male”, non possa avere la capacità intellettuale di riconoscere musica di “qualità” e di appropriarsene mediante la lettura di riviste che tendono a giudicare a seconda di non capisco quale parametro. Io personalmente posseggo ed adoro al pari di altri R. Williams e Britney Spears, ma poi so che ben’altra cosa è Banana dei Velvet Underground...».
A proposito dei personaggi come Riccardo: quello che mi ha spaventato è la totale assenza di volontà. E’ come se le sue azioni e quelle degli altri personaggi, facessero parte di un piano prestabilito, entro il quale muoversi senza alcuna capacità decisionale e, ancor peggio, senza alcuna voglia di opporre una propria resistenza. E’ così profonda la crisi attuale della nostra società? «Si, e non solo! Io mi sono basato su quello che vedo, ma comprendo che esiste anche quello che non vedo…che ovviamente ritengo sia peggio. Nel senso: vedo la devianza altrui (scusate il termine obsoleto) ma il disagio posso solo percepirlo; osservo sempre con attenzione gli adolescenti e credo vivano in un inferno. Intanto non credo si possa più usare il termine società... La società aveva degli obiettivi fondamentalmente indirizzati allo sviluppo umano. Oggi credo si possa parlare solo di individui in balia del caos pseudo-individualistico, perché in fondo auto ed etero distruttivo. Relativamente a Riccardo, credo che come tanti scelga tra le cose che ci sono. E se quello che c’è è alcol, droga, moda, musica, vanità, sessualità vista come scopo essenziale al fine di essere felice, evidentemente “qualcuno” ha preparato queste cose all’uso; “qualcuno” ha bisogno che la maggioranza sia distratta da queste cose che poi alla fine, e come in una spirale, non fanno altro che rafforzare il potere: quello economico-industriale che ha bisogno di consumatori imbelli per arricchirsi, e quello politico che ha bisogno di distratti e consenzienti egemonizzati per poter continuare a gestire in modo vantaggioso il potere stesso».
Da donna non ho potuto non fare caso al modo in cui descrivi i personaggi femminili, e al modo in cui sono trattatati dai protagonisti maschili, nei commenti, nei dialoghi, nei fatti. Ho assistito ad una sorta di reificazione (sembrerebbe volontaria) del genere femminile che popola le pagine del tuo libro. Mi chiedo: basta il potere mediatico della televisione e dei nuovi stereotipi per creare questa voragine nell’auto-consapevolezza acquisita dalle donne negli ultimi decenni di lotte per la parità? «Basta e avanza! Intanto le donne di Amarkord sono under 30 e non sanno neanche cosa significhi auto-consapevolezza, potrebbero scambiarla per una forma di massaggio rilassante di qualche centro benessere riccionese. Le donne di Amarkord vogliono essere amate e pensano di raggiungere tale obiettivo grazie alla loro apparenza fisica (certo un po’ ci sta), ma i modelli estetici e comportamentali hanno mostrato solo il mezzo estetico quale mezzo utile. Le donne di Amarkord sono come gli uomini di Amarkord. Sono pari, cercano tutti le stesse cose ed usano tutti gli stessi mezzi per averle. Credo di aver in qualche modo innalzato la donna. Oggi non credo ci siano molti individui auto-consapevoli, al di là del genere. Schiavi del: compra quelle scarpe, quei jeans, quella shirt, appari abbronzato e muscolarmente definito... Ovviamente per fare questo spendi il salario che ti abbiamo dato... Adesso che sei “ figo/a” e sessualmente appetibile cerca da scopare, e più saranno (attenzione qui) non le tue scopate… ma le tue possibilità di scopare, i tuoi coiti disponibili, e più vorrà dire che vali!!! Che sei tosto... In questa cosa non esiste differenza tra uomo e donna….Le giovani generazioni (under 30) sono vittime della vanità, o meglio dell’illusione della vanità. Ricercano affannosamente, dunque in modo frustrante, ciò che la televisione ha fatto apparire come prova di realizzazione e riconoscimento sociale. La questione del potere mediatico è relativa solo ad alcune generazioni e direttamente proporzionale a quali trasmissioni abbiano seguito nella loro età formativa. L’agente socializzante fondamentale dei giovani è stata la TV moderna. Se pensiamo ai nati dall’ottanta in poi non possiamo non tener conto che sono gli unici ad aver vissuto tutta l’infanzia con la presenza di MEDIASET. Credo esista un grande divario rappresentato proprio dal 1980 preso come anno di nascita. Si potrebbe indicare come anno dell’inizio della fine».
Per chi vive, sente, ragiona come Riccardo, esiste una qualche tipo di salvezza? O meglio, esiste un meccanismo da poter innescare per porre rimedio a questa crescente inondazione di stupidità? «Si entra nel terreno di una rivoluzione culturale che dovrebbe passare per quella politica. Si dovrebbe rivedere l’origine della società industrializzata, e forse non basterebbe. Sappiamo che in ogni epoca i divertimenti più bassi sono sempre serviti al potere vero e alto per schiavizzare le masse rendendole incoscienti…e Riccardo è solo uno schiavo moderno... Non credo che ci sia salvezza, se non in miracolose quanto improbabili prese di coscienza individuali».
Quali sono ora i tuoi progetti? «Riuscire a concludere la trilogia anti-tv».
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