23 Luglio 2003
Rubrica per Avvenimenti di valerio calzolaio


Rubrica per Avvenimenti
di valerio calzolaio

Anche quest’anno si parla molto (ad alta voce e con grandi titoli) del rumore delle discoteche. Località balneari: Ostia come Rimini, Sardegna come Toscana. Telefonate, denunce, esposti, ipotesi di reato…controlli, rilevazioni, indagini. La storia si ripete. E il governo ha anche preparato un disegno di legge (sarà discusso in autunno) contro le stragi del sabato sera, includendo fra le misure limiti al volume della musica, dentro e fuori la pista, con una diminuzione graduale nell’ultima ora. Suggerisco di distinguere bene i problemi e le possibili soluzioni, normative, informative, giudiziarie, sociali.
Primo aspetto: il rumore dentro una discoteca. Sono diffidente verso forme di proibizionismo. Chi va in discoteca sceglie un luogo di divertimento “fondato” sulla musica ad alto volume. Non vuole “parlare” ma (prevalentemente) muoversi ad un ritmo che prende l’insieme della propria capacità emotiva, tutti i propri sensi. Le questioni da affrontare con gestori e clienti sono altre: occorre sapere che sottoporre l’apparato uditivo a certe quantità di decibel (anche inferiori a quelle di una pista da ballo) varie ore al giorno vari giorni alla settimana produce nel medio periodo una riduzione permanente dell’udito, un danno permanente alla propria salute. Va evitato. Con campagne informative, facendo riposare più spesso e più a lungo le proprie orecchie, prevenendo il rischio. La struttura architettonica e la programmazione musicale della discoteca debbono tenerne conto: aree con musica di sottofondo, periodi di intervallo, ecc. Diverse possono essere le regole per orari e alcolici, per i quali capisco la riflessione sui divieti.
Secondo aspetto: ovviamente nessun suono deve uscire dalla discoteca, il “fuori” è sacro. E eventuali autorizzazioni per locali all’aperto hanno questo “vincolo” assoluto, di non invadere il clima acustico di chi in discoteca non vuole andare. I locali devono garantire una effettiva stabile insonorizzazione, oppure spazi e strutture adeguati quando non sono chiusi. E non basta: l’esercizio di una discoteca provoca “altro” rumore: le moto, il vociare, i clacson con orari e frequenze molto fastidiosi. Qui c’è un ruolo specifico di regioni e comuni, nelle pianificazioni urbanistica e urbana, nelle misurazioni ambientali, nella gestione degli insediamenti abitativi e delle attività culturali. Il nuovo governo ha ovviamente complicato la situazione, favorendo nel 2002 l’approvazione di una norma che senta i pubblici esercizi dal controllo dei livelli di rumore generati da impianti elettroacustici di amplificazione e diffusione sonora (radio, tv, juke-box, karaoke, ecc.). Resta fermo, a mio avviso, per tutti l’obbligo di effettuare una valutazione preventiva e documentata dell’impatto acustico di ogni locale sull’area in cui è inserito.
Entrambi gli aspetti sono regolati dalla legge in Italia. Una legge recente (meno di otto anni fa), attuata dai precedenti governi (con quasi 20 decreti attuativi coerenti fra di loro), dimenticata dall’attuale governo (niente più fondi alle città, assente coordinamento dei controlli, nessun intervento sugli spot, mancata concertazione dei pochi decreti in sospeso), molto “usata” anche in giurisprudenza (accanto alle vecchie norme del codice), in perfetta sintonia con la recente direttiva comunitaria. Il rumore è un grande problema della qualità della vita, raramente risolvibile con limiti quantitativi: per prevenire e ridurre occorre educare, informare, concertare, pianificare, attività per le quali l’attuale governo…non sente nulla.

valerio calzolaio



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